
SI PARLA DI: Dexter, Fringe, Modern Family, The Good Wife, The Office
E sì, per quanto mi sia buttato sulla citazione ad effetto nella scelta del titolo della rubrica, spesso si slitterà al lunedì o al martedì con la pubblicazione.
Mi limiterò in ogni caso a commentare quanto uscito nella settimana precedente, quindi, quando parlerò di Dexter, non prenderò in considerazione l’episodio trasmesso ieri sera su Showtime.
E comunque, è sempre bene ricordarlo, l’articolo è scritto in modo da evitare spoiler anche a chi non ha mai seguito le serie in questione.
Tutto chiaro? Sì? Ok, allora cominciamo.
Fringe ci ha messo un bel po’ a capire quello che voleva essere. Una stagione, circa. E poi ci ha messo un’altra quindicina di puntate per trovare il coraggio di tuffarsi senza ripensamenti in questa direzione. Quindi, se ne consigliassi il recupero a qualcuno, raccomanderei tanta pazienza, ma assicurerei al neofita che alla fine si troverà davanti la miglior serie di fantascienza del momento.
E no, non lo dico solamente perchè ci sono pochi concorrenti in circolazione dopo la fine di Lost e Battlestar Galactica. Il Fringe di questo inizio di terza stagione è un’opera epica, di ampio respiro, con un mondo in via di costruzione ed una struttura che, in quanto a complessità, non ha nulla da invidiare all’intricata e barocca quinta stagione di Lost.
Fringe era partito come un figlio illegittimo di X-Files, ma ha poi avuto il coraggio di fare quello che la serie di Carter ha sempre evitato: buttarsi a capofitto nella mitologia e permettere ai personaggi di fare la cosa logica e giusta, anziché continuare ad indagare casi di dubbia importanza quando la fine del mondo era dietro l’angolo. Forse X-Files non sarebbe diventata una serie migliore se avesse attuato questo cambiamento, ma Fringe, dove i case-of-the-week hanno raramente raggiunto ottimi livelli, lo è diventata. E torneremo sicuramente a parlarne nel corso dell’anno.
Altrettanto potente è stato il game-changer con cui Dexter ha chiuso la scorsa stagione. Ma qua lo showrunner della serie, Clyde Phillips, ha abbandonato il tutto dopo aver chiuso la stagione ed il team creativo è stato costretto a trovare un sostituto: Chip Johannessen, già produttore di Millenium e 24.
E già nel corso dell’estate abbiamo avuto degli indizi su quanto differirà il Dexter di Johannessen dalla forma classica della serie: non ci sarà un Big Bad, ma sono previste un sacco di new entry dai ruoli imprecisati (Julia Stiles, Peter Weller, Shawn Hatosy, Johnny Lee Miller, Chris Vance… giusto per citarne qualcuno); non ci sarà un chiaro arco stagionale, ma molti piccoli segmenti narrativi che comporranno qualcosa di più ampio (basta ribadire che Johannessen viene da 24 per capire cosa intenda, almeno credo)
E siamo arrivati all’ultima settimana di settembre, curiosi di vedere su schermo tutti questi cambiamenti e la 5×01… non ne ha mostrato nessuno, preferendo invece concentrarsi sul grosso sconvolgimento avvenuto nel finale della scorsa stagione e farlo lentamente assimilare ai personaggi.
Inoltre, va detta una cosa. Molti, complice il superbo John Lithgow, hanno ritenuto la scorsa stagione la migliore. Per me non è stato così. E’ stata sì una grandissima annata, ma personalmente credo che quanto si sia visto il primo anno sia ancora rimasto imbattuto, complici atmosfere molto più cupe ed un personaggio che non era ancora stato addolcito per renderlo più digeribile al pubblico.
E, in una particolare scena della premiere, ho rivisto quel mostro, quell’essere ripugnante senza possibilità di redenzione. E il fatto che Dexter quest’anno non si troverà a contrastare un Big Bad, bensì i suoi sensi di colpa, mi rende molto curioso sulla direzione in cui la stagione e la serie potranno andare.
Curiosità che ho pure per quanto riguarda The Office. Perchè, come tutti sanno, Steve Carell abbandonerà a fine stagione e la NBC, dopo un anno disastroso su tutti i fronti, non è pronta a rinunciare alla sua serie di maggior successo (e, quando la tua serie di maggior successo ha sette anni sul groppone, dovresti fermarti a riflettere).
Questi due fattori a cosa porteranno? Ad un’ottava stagione dove qualche grande star prenderà il posto di Carell, cambiando in maniera radicale la serie. Non dico peggiorare, ma illustri precedenti lo rendono molto probabile. Tra i nomi fatti ci sono Danny McBride, la star di Eastbound & Down, Rhys Darby di Flight of the Conchords e un’icona hollywoodiana come Harvey Keitel.
Ma questi discorsi li faremo meglio più avanti, limitandoci ora a parlare della settima stagione. Settima stagione che per ora funziona alla grande. Proprio come nella sesta, si è tornati alle basi della serie, ma mentre là si cercava disperatamente di trovare una direzione al tutto con risultati non sempre all’altezza (specialmente se si considerano le vette drammatiche raggiunte da quarta e quinta stagione), qua si può procedere in maniera rilassata, poiché tutti sanno che presto arriverà la notizia dell’abbandono (o licenziamento, o arresto, o fuga in Costa Rica… a voi la scelta) di Michael Scott e quello basterà a creare le “stakes” emotive necessarie per far emergere il lato amaro della serie.
E, lo dico con otto mesi di anticipo, la season finale di quest’anno sarà sicuramente spettacolare. Poi, eventualmente, avranno tutto il tempo che vorranno per mandare a puttane il tutto, ma per quest’anno dovremmo avere assicurata un’ottima stagione di The Office.
E, poi, se vi mancherà la forte carica di amarezza che la figura di Michael Scott portava alla serie, non avrete che una cosa da fare. Recuperare l’originale inglese e godervi una delle migliori comedy del decennio. Anche migliore della sua ottima controparte americana.
Ora, prima di chiudere, un rapido commento su Modern Family e The Good Wife, due delle serie più apprezzate della scorsa stagione, che ora devono superare la difficile “prova del secondo anno”.
Modern Family ha alle spalle una vittoria agli Emmy e il supporto della critica, oltre ad una prima stagione solidissima, quindi evita intelligentemente ogni ambizione di essere “Bigger, better and funnier” e si limita a fare quello che ha sempre fatto bene. Il primo episodio presenta un Phil da antologia e regala un climax comico degno dello splendido “Fizbo” della scorsa stagione. Il secondo episodio viene scritto come risposta alla critica “Hey, ma Cam e Mitchell non si sono mai baciati! Vergognatevi!” e ne tira fuori una mezz’ora fantastica, talmente ben costruita che il tanto atteso bacio alla fine diventa una semplice questione secondaria. Mi ha ricordato proprio il miglior The Office, tanto per rimanere in tema.
The Good Wife invece continua il suo percorso evolutivo, che già l’anno scorso lo ha trasformato da “Legal drama un po’ diverso dal solito” a “Miglior nuova serie drammatica”. E ora, guardando la premiere della seconda stagione, ci si rende conto che la serie è pronta a fare un ulteriore salto. Sono talmente tanti e differenti gli elementi, i personaggi, le situazioni e persino i generi televisivi utilizzati che i risultati possono essere solo due: la definitiva consacrazione o il disastro totale. Per ora punto tutto sulla prima opzione. Inoltre la promozione a regular di Alan Cumming, superbo e folle nel ruolo del consulente politico Eli Gold, è cosa buona e giusta.
E per questa settimana è tutto
Next week: Il ritorno di Caprica e il fallimento di Lone Star.
-Lockecole
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Per quanto riguarda Fringe condivido ogni singola parola. Ci sono tutti i presupposti per un degno erede di Lost.
Ho letto solo la parte riguardante Fringe (le altre non le seguo e di Dexter voglio evitare spoiler)….
sono d’accordo su tutto, tranne sul fatto che i case of the week non siano stati di qualità. Per spesso sono stati ottimi, risolti con intelligenza e scientificità superiore anche a quella vista in X-Files.
bene cmq, continuerò a leggerti con estremo piacere…as usual.